La Psicoterapia

“La prima volta che incontrai quello che sarebbe stato il mio psicanalista era dicembre. La sensazione che provai in quella prima seduta, quella in cui decisi che sì, lui andava bene, si cristallizzò in un’immagine di me che posavo i bagagli nell’atrio di una stazione. Una valigia pesante, marrone, con i manici di pelle, chiusa da una grossa cerniera sgangherata. Non sapevo cosa ci fosse dentro e perché me la stessi trascinando appresso, sapevo che da quel momento non ero più sola a doverla trasportare e tenere sospesa ovunque andassi. Potevo riposarmi. Nell’attesa che quella valigia venisse aperta e io potessi scoprire cosa ci fosse dentro.

Per la prima volta qualcuno sembrava parlare la mia stessa lingua, utilizzare il mio stesso registro. Non dovevo alzare la voce, non dovevo discutere, litigare, lottare per essere ascoltata e accettata. Non dovevo compiacere, dunque mentire o addolcire ciò che dicevo o che provavo – cose che mai mi sono venute spontanee e, anzi, mi hanno sempre reso la vita difficile. Tutto ciò che veniva alla luce in quella stanza e che affiorava alle labbra era legittimo, non mi avrebbe messa all’angolo, resa fastidiosa o intollerabile al mio interlocutore. Lui, l’uomo che avevo scelto e che mi aveva accolta, lo psicanalista, era dalla mia parte, non contro di me. Le sue parole non mi minacciavano, ma mi rendevano libera. Quel che cominciavamo a costruire insieme era una rete che sarebbe stata forse capace di salvarmi. Era fatta della stessa materia sulla quale da sempre avevo edificato la mia esistenza: le parole. La lingua, la sintassi. E finalmente prendeva corpo ed era possibile, con quella materia, creare un legame nel quale il senso di colpa e la rabbia che provavo non si trasformassero in esplosione e distruzione, ma in collante e filo di sutura.”

(Simona Vinci, Parla mia paura, Einaudi)